| Intervista a Erik Gandini |
| Scritto da A.R. | |
| venerdì, 02 febbraio 2007 12:31 | |
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Regista di vari documentari, fra cui il discusso -nel bene e nel male - "Surplus", Erik Gandini, di origini italiane, ha trovato in Svezia il modo di "riscoprire la realtà". Nell'intervista che segue, ci spiega cosa significa per lui comunicare un proprio sentimento attraverso un film. -Che cos’è per Gandini il documentario?
Il documentario per me è stata una scoperta. Era un metodo sconosciuto in Italia di comunicare e fare televisione, dove per documentario si intendeva quello classicamente scientifico.
Quando poi sono arrivato in Svezia ho conosciuto un nuovo modo di lavorare. Mi sono accorto che avevo la possibilità di riconquistare la realtà, di creare un nuovo rapporto con la realtà.
Già nel primo film, quello su Sarajevo, ho capito di poter riconquistare la realtà, di poter cogliere la guerra in maniera reale.
Mi sono detto che il mondo fisico esiste.
Con gli anni è cambiata, la mia formazione: nei primi film vi era un cinema dogmatico, dove sembrava che la realtà si svolgesse di per sé.
Col tempo e soprattutto negli ultimi anni c’è stato poi un cambiamento, e il documentario è stato accettato come punto di vista di un filmmaker che dà la sua visione del mondo.
-Cosa ne pensi dell’Italia e perché il documentario in Italia non è diffuso?
Secondo me questo è un discorso che ha a che fare con una visione di base della Tv commerciale.
In Svezia è riconosciuto a pieno, tanto che “Surplus” è andato in onda di sabato alle 21.
Fa parte della televisione pubblica, che ha come obiettivo cose che devono assolutamente far parte di una televisione di qualità ed educativa..
Si è creato in Svezia, un impegno attivo che promuove il documentario.
In Italia non è mai successo, soprattutto con l’introduzione della tv commerciale alla fine degli anni ’80.
Ed è una cosa veramente strana, perché il cinema italiano ha sempre avuto un impronta documentaristica. Basti pensare al neo-realismo.
Ma si può fare un esempio anche di un documentario, pressoché sconosciuto in Italia.
“Mondo Cane” è un film che in America ha avuto un successone.
Se i responsabili ci avessero creduto il documentario sarebbe sviluppatissimo anche in Italia, e sarebbe anche finanziato.
In Svezia il documentario al cinema è diffuso e seguito, perché la gente sa che verrà trasmesso in televisione.
-In Surplus hai utilizzato tecniche di comunicazione molto vicine a un video musicale e alla pubblicità.
Come è venuta l’idea e perché?
“Surplus” nasce come esperienza sperimentale.
Avevo intenzione di fare un documentario bello che si concentrasse sulla storia.
Negli anni di Surplus, ci fu il boom della tv come reality e io volevo prenderne le distanze.
L’idea partiva dal fatto che i video musicali e la pubblicità sono generi molto commerciali; io utilizzo quella tecnica per far vedere che anche senza un grosso giro di soldi, quali quelli della pubblicità e dei videoclip, si può realizzare un documentario “sofisticato”.
Ho avuto la fortuna di lavorare con due amici, il fotografo e il montatore che hanno fatto scuola nella pubblicità e nei video musicali.
L’idea comune era quella di dire:”fare un film sul consumismo diventa qualcosa di molto cerebrale”; questo in contrasto con la pubblicità che non funziona affatto con argomenti razionali.
La mia idea era quella di fare un documentario sul consumismo, visto dal mio punto di vista anti-consumistico, giocando con le tecnica della pubblicità che ha come scopo l’esatto opposto.
L’idea, insomma, di fare una sorta di anti-pubblicità.
E devo dire, che non mi aspettavo che un esperimento tale avesse un tale successo.
Quando raccontavo a qualcuno di cosa parlava il film, esordivo dicendo :”è un film sul consumismo”, e la gente cominciava a sbadigliare.
Per contro però, visto il successo, mi sono reso conto che non ero l’unico a provare questi sentimenti.
E in Surplus ho giocato molto in quella che io chiamo “sfiducia del consumatore”, che è l’esatto opposto di quello che fa la pubblicità.
E questa mia sfiducia è diventata una forza positiva.
Ovviamente, tutte queste cose sono cresciute strada facendo, e ne sono contento: io amo lavorare in modo intuitivo; mi piace dire ora facciamo questo, al contrario di una sceneggiatura di fiction dove è tutto stabilito.
-Il “DOGMA”di Lars Von Trier e “Surplus”. Due modi di concepire la comunicazione visuale?
Il “DOGMA” di Lars Von Trier inizialmente era destinato ai film di fiction.
Dopo poi, cominciò a scrivere anche del documentario, sostenendo che il documentario ha perso credibilità per l’uso delle musiche, della manipolazione dei colori, eccetera.
Secondo Von Trier, il DOGumentary non dovrebbe avere musiche, materiale d’archivio, manipolazioni di immagini e colori e dovrebbe avere qualche secondo di nero tra una scena e un’altra.
Quando ho proiettato “Surplus” a Stoccolma, erano presenti anche rappresentanti della casa di produzione di Lars Von Trier e rivedendolo mi sono reso conto che avevo fatto un film che faceva esattamente l’opposto di quello che sosteneva Von Trier.
Tanto che dopo, stilai il manifesto di Surplus, dove dicevo che “Surplus” stravolgeva tutti i punti del DOGMA, sostenendo che ogni immagine può essere modificata, che le musiche vanno usate eccetera.
Addirittura in Surplus a volte non si capisce dove sono girate le immagini.
Non è però stato una risposta al Dogma, ma è risultato, semmai, una risposta involontaria.
Secondo me l’errore di Von Trier è stato quello di mettere dei limiti al documentario, dove nel tentativo di non stravolgerlo, ha messo limiti alla creatività.
-Cosa ne pensi di quelli che sostengono che il documentario dev’essere rigido e schematico?
Il cinema veritè è un mezzo fantastico di fare documentari; è più puro di Surplus.
C’è un film di un amico dal titolo “Check Point”, ambientato ai check point in Palestina, dove la telecamera ti proietta in un altro posto.
Quando lo vedi tu sei lì.
E’ un genere più puro, che però comporta una pazienza incredibile.
Ed’ è poco commerciale.
Ma se riesce bene diventa un documento storico indiscutibile.
E’ ovvio che non si prende più posizione, ma si vedono situazioni realissime, tanto da rendere importante solo ciò che si vede e poco chi ha fatto il film.
All’inizio anche io ho fatto cinema veritè.
-Che cos’è la docufiction per Gandini?
Secondo me il documentario più libero è meglio è.
Io vorrei un documentario aperto a tutte le creazioni possibili.
Il rischio vero sono i limiti.
L’obiettivo vero è quello instaurare un rapporto di fiducia tra il film e lo spettatore: l’importante è non imbrogliare lo spettatore.
L’autenticità ha a che fare con la sincerità del regista, più che con le tecniche del film.
In “Surplus” quando faccio parlare i presidenti, faccio dire cose che loro non avrebbero mai detto da soli.
Ma non faccio credere che sono loro a dirli, perché quando lo dicono è ovvio che quello è un mio pensiero.
Spero che in futuro l’autenticità crei dei “moments of choose”, dei momenti di verità.
Quando in Surplus, alla riunione della Microsoft, si urla “I love this company”, quello è un momento di verità.
-Che consigli dai a chi si vuole fare strada nel mondo dell’audiovisivo?
La cosa che amo del documentario è che si può fare anche da soli.
Oggi l’audiovisivo è vincolato a budget, case di produzione…
Il documentario invece è l’esempio di come un film si può fare da soli.
Non voglio citare sempre "Surplus", ma ad esempio in "Supersize me", il regista ha avuto l’idea e si è messo da solo a girare per i Mc Donald’s.
Questo può essere un esempio di come, anche una sola persona, se ha una buona idea, può raggiungere un pubblico enorme.
-Progetti in vista?
Sto facendo varie cose, di cui un film che sarà ambientato in Italia.
Ma non posso dire ancora niente perché stanno partendo i finanziamenti.
Se il progetto andrà a buon fine, comunque, dai prossimi mesi e per quest’anno girerò in Italia.
A.R. |
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| Ultimo aggiornamento ( lunedì, 05 febbraio 2007 18:54 ) |